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Carceri in Turchia: Luminose trincee di combattimento
Da molti mesi
i in Turchia prigionieri politici stanno combattendo una battaglia
a morte contro il regime spalleggiato dall’imperialismo. Migliaia
di prigionieri politici, che vivono in galere tristemente note in
tutto il mondo come simboli di tortura e repressione, si sono ribellati
contro i piani del governo per imporre loro condizioni ancora più
oppressive. Lo stato intende trasferirli nei nuovi carceri di tipo
F. In questi penitenziari, i prigionieri saranno detenuti in celle
minuscole, molte per singoli detenuti da tenere in isolamento, e
comunque per al massimo sei detenuti. Lo scopo dei nuovi carceri
è quello di isolare i prigionieri, spezzarne lo spirito di resistenza
e trasformare quelle che sono scuole di resistenza in scuole di
subordinazione.
Milioni di
persone in tutto il mondo hanno conosciuto la realtà delle prigioni
turche attraverso i film del cineasta kurdo Yimaz Guney, lui stesso
detenuto per molti anni. I suoi film, specie Yol e il
muro, ritraggono vividamente le crudeli e insopportabili condizioni
di vita nelle prigioni in Turchia, diventate sinonimo di prevaricazione
e autoritarismo spietato. Organizzazioni internazionali di difesa
dei diritti umani hanno documentato le torture sui prigionieri e
hanno ripetutamente denunciato lo stato per violazioni delle norme
internazionali sui diritti umani e sul trattamento dei prigionieri.
Forse proprio
come effetto della brutalità che subiscono i prigionieri, Guney
ci ha lasciato un ritratto indimenticabile di un’altra caratteristica
della vita carceraria: l’infinita solidarietà e la comunità tra
i prigionieri, che riescono a conquistare la loro dignità in condizioni
appositamente studiate per strappare loro ogni residuo di umanità.
Ora lo stato
turco sta attuando misure per imporre con la forza ai prigionieri
condizioni ancora più oppressive nei carceri di tipo F. Nell’ottobre
2000, mentre il governo iniziava le sue manovre per imporre le nuove
prigioni, i prigionieri politici, sono passati al contrattacco.
Prima un centinaio, poi molte centinaia di prigionieri hanno iniziato
uno sciopero della fame a morte per denunciare le manovre del governo
ed esporre la sua strategia all’opinione pubblica nazionale e internazionale.
Nella dura battaglia che ne è seguita, decine di prigionieri hanno
dato la vita. Mentre chiudiamo questo numero, i prigionieri stanno
sostenendo ancora con valore questa lotta. In essa, un ruolo dirigente
hanno avuto i compagni del Partito Comunista di Turchia (marxista-leninista)
[TKP(ML)], partito membro del Movimento Rivoluzionario Internazionalista
(MRI). Anche i militanti del Partito-Fronte per la Liberazione del
Popolo (DHKPC) e del Partito dei Lavoratori Comunisti di Turchia
(TKIP), che non sono organizzazioni maoiste, stanno dando il loro
contributo.
I
prigionieri politici: un “ostacolo” lungo la strada della nuova
grandeur turca
I prigionieri
politici occupano una posizione particolare nella vita politica
del paese. L’esplosione delle lotte delle masse che ha attraversato
il paese negli anni 70 e che ha impresso il suo segno nella vita
politica, ha lasciato dietro di sé migliaia di prigionieri politici.
Molti sono stati detenuti per aver appoggiato o partecipato alla
guerra rivoluzionaria in sviluppo nel paese, in particolare quella
diretta dal TKP(ML) per la via della guerra popolare, ma anche la
guerra contro l’oppressione nazionale condotta dal Partito dei Lavoratori
del Kurdistan (PKK), entrambe organizzazioni bandite. Tantissimi
anni di repressione fascista hanno prodotto una miscela esplosiva
di migliaia di prigionieri politici rivoluzionari, di diverse tendenze
politiche, concentrati in una ventina di carceri sparsi in tutto
il paese.
Fortemente
uniti dalla resistenza contro la crudele repressione nelle carceri,
i prigionieri hanno stretto tra loro profondissimi vincoli di solidarietà,
comunità e rispetto reciproco, malgrado le differenze politiche,
spesso acute. Hanno trasformato i carceri in scuole di rivoluzione,
dove sviluppano un animato dibattito sulla direzione della rivoluzione
in Turchia. Ne hanno fatto dei centri di formazione, dove i giovani
contadini, arrestati anche solo per aver parlato kurdo a dei soldati,
possono imparare a leggere usando il libretto rosso del presidente
Mao o dove gli ultimi arrestati, in forza delle leggi repressive
“antiterroriste”, anche per il semplice possesso di un volantino
di un’organizzazione illegale, possono studiare per diventare degli
organizzatori politici marxisti o degli strateghi militari. Le prigioni
sono diventate anche un centro di solidarietà internazionale, in
cui si seguono da vicino le lotte rivoluzionarie di tutto il mondo.
Per esempio, i prigionieri politici in Turchia hanno fatto sentire
la loro voce in ogni momento cruciale della lotta per la difesa
della vita del presidente Gonzalo del Partito Comunista del Perù.
Innanzitutto,
le carceri sono un centro di resistenza implacabile contro il regime
reazionario. Passo dopo passo, i prigionieri hanno guadagnato il
rispetto di tutti quelli che in Turchia hanno capito che la vita
sotto la borghesia e i generali non è il migliore dei mondi possibili.
Yol, il bellissimo film di Guney, mostra provocatoriamente quel
che accade a un prigioniero durante una licenza di un giorno, dando
l’idea di quanta libertà si trovi fuori, nella società, dove i ruoli
sociali imposti al popolo lo rinchiudono tra le invisibili mura
delle relazioni di classe. Questo e altri film danno l’idea di quale
sia il ruolo che da anni i prigionieri politici giocano in Turchia.
Carceri
di tipo F: scontro frontale nella lotta di classe
È da molto
tempo che il governo cerca di spezzare lo spirito dei prigionieri
politici con l’introduzione delle celle di isolamento di tipo F
e già a metà anni 90 costruì i primi carceri di questo tipo. Secondo
prove raccolte da diversi osservatori indipendenti, giuristi, medici,
difensori dei diritti umani e giornalisti, i carceri di tipo F rappresentano
una spudorata violazione dei diritti umani internazionali.
Le celle sono
piccole e c’è spazio solo per un letto e un tavolino. C’è una latrina
con un rubinetto appena sopra il lavabo, che serve anche da doccia.
Alcune celle sono munite di televisore, che però è azionato dai
carcerieri, perché i prigionieri non possano decidere che cosa vedere
né quando. Non c’è spazio per fare moto o esercizio fisico, né si
può avere accesso alla biblioteca o alla mensa. Ogni cella ha una
porta che dà su un patio di 16 mq circondata da alte mura, dove
i prigionieri non possono stare più di un’ora al giorno. Quanto
duri effettivamente quell’ora lo decidono i guardiano. Le porte
delle celle restano chiuse giorno e notte. Il cibo è consegnato
attraverso una fessura della porta.
La propaganda
ufficiale descrive queste celle come “più comode di una stanza d’albergo”,
e così i prigionieri chiamano ironicamente le celle le loro “suite”.
In un rapporto sul primo carcere di tipo F, Kartal Soganlik, di
Human Rights Watch, conclude che “a parte la visita settimanale
di mezz’ora dei familiari, i prigionieri restano rinchiusi 24 ore
al giorno, sette giorni la settimana, senza alcun contatto diretto
o sociale con nessuno fuori della loro cella”. L’intento del governo
è quello di imporre condizioni di estremo isolamento alle migliaia
di prigionieri politici. Non c’è dubbio che, in tali condizioni
di invisibilità, la pratica della tortura, la cui applicazione su
migliaia di prigionieri politici è stata confermata dalla stessa
Unione Europea, non può che prosperare. Lo scopo è che nella mente
del prigionieri cali il terrore ogni volta che la porta minaccia
di aprirsi.
Per fermare
le molte critiche che dentro e fuori il paese si sono levate contro
i carceri di tipo F, lo stato dichiara che saranno usate solo per
un “pugno di terroristi”. In realtà questi carceri sono la punta
di lancia di un attacco reazionario più ampio e ambizioso. La legge
prevede sì che nei carceri di tipo F siano rinchiusi i condannati
per “atti di terrorismo” ma, di fatto, la legislazione “antiterrorista”
è tanto estensiva che si può essere condannati anche solo per il
possesso di un volantino di un’organizzazione illegale e, per di
più, la stragrande maggioranza dei prigionieri politici è ancora
in attesa di giudizio. Aspettano un processo che spesso dura molti
anni.
Tutto di questi
nuovi carceri riflette la realtà che alla repressione dei prigionieri
politici si unisce lo scopo del rafforzamento del dominio del governo
sulla società in generale e di piegare la resistenza politica in
tutto il paese.
I
prigionieri politici, un osso duro
Il governo
tentò di imporre il regime carcerario F già nel 1991, ma si scontrò
con la coraggiosa lotta della massa dei prigionieri. Secondo resoconto
ufficiali, in quegli scontri impari morirono 17 prigionieri, ma
la lotta generò rivolte ovunque e il governo, smascherato e umiliato,
dovette fare marcia indietro.
Nel 1996,
il governo cercò ancora una volta di introdurre il sistema detentivo
F. Appena diramata la direttiva per istituirlo, esplose una nuova
ondata di resistenza, con uno sciopero della fame dei prigionieri
esteso in tutto il paese, 12 prigionieri morti e un vasto movimento
di solidarietà. Nuovamente il governo, colpito e scosso, dovette
ritornare sui suoi passi.
Così nel 2000,
al nuovo annuncio dell’introduzione dei carceri di tipo F, tutto
il mondo sapeva che i prigionieri avrebbero opposto resistenza e
che le classi dominanti stavano per lanciare un sanguinoso attacco.
Dopo due fallimenti, il terzo tentativo di istituzione del sistema
F era la prova evidente che il governo intendeva portare il suo
attacco fino più cruente conseguenze.
Dietro la
cieca determinazione dello stato c’è il sogno reazionario di guadagnare
un ruolo maggiore nella divisione imperialista del lavoro, nella
misura in cui i rapporti di forza in Medio Oriente stanno significativamente
cambiando, e, inoltre, la comprensione dell’urgenza di porre fine
alla crescente instabilità del paese.
La
Turchia: aggrappata a Oriente e Occidente
La città di
Istanbul, sullo stretto del Bosforo, segna l’antico confine tra
Oriente e Occidente. Oggi è uno dei tanti giganti urbani del terzo
mondo: un’isola di “stile occidentale” di acciaio brillante e grattacieli
di cristallo che proiettano la loro ombra sulle cinture concentriche
di miserrime periferie dove trovano asilo i milioni di contadini
espulsi dalla produzione agricola “di stile orientale”. La posizione
della Turchia, tra l’Occidente imperialista e l’Oriente coloniale,
è unica. Pur essendo un paese oppresso semifeudale e semicoloniale,
la Turchia è membro della NATO, l’alleanza imperialista dell’Europa
comandata dagli imperialisti yankee, e da tempo aspira a diventare
membro dell’Unione Europea. Poco meno di un secolo fa, l’Impero
Ottomano, il cui centro era quella che è la Turchia odierna, governava
parte significativa dell’Europa.
La sua posizione
e storia sono uniche, tra Est e Ovest, e suscitano nelle classi
dominanti sogni di grandezza. Serve fedeli dei loro padroni imperialisti
occidentali, oggi principalmente gli yankee, da decenni sognano
di elevare il loro ruolo a quello di gendarme regionale.
In quanto
membro della Nato, per decenni la Turchia è stato un baluardo cruciale
contro il socialimperialismo sovietico. Allora lo stato turco si
assicurò un posto particolare nella divisione dei compiti dell’alleanza
militare occidentale, costruendosi il quarto esercito del mondo
(secondo alcune stime), con una forza aerea moderna e ben equipaggiata.
Dopo il collasso dell’URSS, il governo temeva di perdere questa
sua posizione, ma la guerra del Golfo gli ha ridato un ruolo importante
nella campagna bellica dell’Occidente, col sacrificio della gioventù
turca come carne da cannone degli imperialisti. Gli aeroporti turchi
hanno avuto una parte decisiva nei bombardamenti contro lo stato
iracheno. In seguito, il potenziale militare turca è stata impiegata,
con abbondante impiego di truppe, nello sviluppo del conflitto balcanico.
Dopo il collasso
dell’URSS, il ruolo del paese è parzialmente cambiato. Ora è quello
di avamposto yankee per l’allargamento dell’influenza nell’Asia
Centrale (Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan, ecc.), decisiva
per il controllo dei vitali giacimenti petroliferi della regione.
Per questo gli yankee hanno aumentato i loro aiuti militari. Negli
ultimi anni lo stato turco ha rafforzato i suoi rapporti con i sionisti
israeliani, oggi i suoi alleati principali nella regione.
La sua importanza
di baluardo imperialista nella regione è aumentato, non diminuito,
negli ultimi anni. Ciononostante, lo stato turco incontra seri ostacoli
lungo la strada per la realizzazione dei suoi sogni reazionari di
espansione del suo ruolo regionale.
Un ostacolo
importante è stata l’indomabile ribellione delle masse kurde nel
sud-est del paese. I militari turchi hanno praticato in tutto il
paese la più brutale repressione per avere ragione delle forze della
resistenza kurda dirette dal PKK. La sua tattica consiste nel prosciugare
il “mare di popolo” in cui “nuotano” i guerriglieri. Il che significa
spopolare i villaggi kurdi per eliminare appoggio e resistenza.
Le forze armate hanno incendiato, letteralmente svuotato oltre 3000
villaggi. Milioni di contadini kurdi hanno dovuto emigrare nei miseri
sobborghi di Diyarbakir, Ankara, Istanbul e delle altre grandi città.
Malgrado ciò, in vaste regioni del paese la resistenza continua.
Nel 1999,
forse con l’aiuto della CIA, del Mossad o di entrambi, e con la
collaborazione diretta degli ex-rivali dei servizi segreti greci,
il governo turco è riuscito a catturare Abdullah Ocalan, capo del
PKK, portando alla lotta del Kurdistan un durissimo colpo. I generali
turchi, ansiosi di approfittarne per portare immediatamente un altro
colpo, hanno rivolto la loro attenzione verso un altro grande ostacolo
lungo la loro strada: le migliaia di prigionieri politici. Piegando
questi prigionieri, lo stato turco spalleggiato dall’imperialismo
sperava di ottenere un altro successo pesante, dopo quello contro
la resistenza kurda, colpendo i più coerenti combattenti degli oppressi,
intimidendo più ampi settori popolari e aumentando la repressione
sociale in generale.
Le classi
dominanti turche, comunque, non agiscono da una posizione di forza.
Malgrado le ambizioni delle classi dominanti di uno status europeo,
la Turchia è un paese oppresso. Della sua popolazione, molti milioni
sono contadini impoveriti che lavorano la terra di latifondisti
lontani in condizioni semifeudali, mentre altri milioni gremiscono
le baraccopoli delle periferie urbane, alimentando continuamente
il fuoco della lotta rivoluzionaria.
Soprattutto,
già al momento in cui la battaglia dei prigionieri politici era
nella sua fase iniziale, una nuova minaccia, proveniente da un’altra
direzione, pendeva sulla testa delle classi dominanti turche. Il
Fondo Monetario Internazionale (FMI) aveva concluso che la situazione
finanziaria del paese si stava deteriorando ed esigeva dalle autorità
l’adozione di un piano di misure severissime. Era così imposto il
tipico programma di austerità del FMI: drammatico aumento delle
imposte sul consumo di beni di prima necessità, come i carburanti,
e tagli alla spesa sociale. Il valore della lira turca crollava
del 50%, rendendo il prezzo dei beni di importazione, compresi molti
alimenti, proibitivo per le larghe masse. Il prodotto interno lordo
pro capite cadeva in un anno di più del 20%. Essendo lo stesso ministro
dell’economia turco un ex funzionario del FMI, era facile dedurre
che il capitale imperialista stava assumendo un più diretto controllo
sugli affari del paese. Manifestazioni di massa, tra cui alcuni
attacchi contro imprenditori, riempirono le strade di Istanbul e
delle altre principali città.
Lotta
tra le due linee
Così, le autorità
hanno dovuto far fronte allo sciopero della fame dei prigionieri
nel contesto di una situazione di crescente turbolenza sociale,
e hanno dovuto muoversi con cautela.
Per i prigionieri
politici, la decisione di lanciare lo sciopero della fame e di ingaggiare
una battaglia decisiva contro il progetto del regime dei carceri
di tipo F, è stata frutto di un intenso dibattito e di una dura
lotta. Molti partiti e organizzazioni si opponevano all’iniziativa
di lanciare lo sciopero della fame. Alcuni lo definivano “avventurista”,
perché, a quel momento, il controllo dei sindacati reazionari sul
movimento operaio non era ancora stato spezzato e il movimento di
massa era ancora debole. Dunque, concludevano, una lotta rivoluzionaria
dei prigionieri politici contro lo stato sarebbe stata “separata
dalle masse”. Alcuni revisionisti dicevano che sarebbe stata addirittura
un ostacolo per la classe operaia. Le forze filo-albanesi e altri
sostenevano che “le piazze devono essere considerate il fattore
decisivo” e che una lotta centrata sulle prigioni sarebbe inevitabilmente
fallita. Altri lamentavano che questa lotta avrebbe messo in ombra
le lotte dei lavoratori e avrebbe provocato una distorsione del
movimento degli operai, mentre altri ancora dicevano che questa
lotta avrebbe spiazzato il movimento delle piazze e quindi non rappresentava
una linea di massa. Questi punti di vista meccanicistici vedevano
le prigioni come subordinate alla sollevazione delle piazze, in
quanto non arrivavano comprendere che le prigioni erano diventate
un centro dirigente del movimento rivoluzionario, una trincea simbolica
di resistenza contro il regime, e che per scatenare il movimento
nelle piazze occorreva che i prigionieri assumessero un ruolo dirigente.
La posizione delle prigioni quali prime linee della lotta rivoluzionaria
non è qualcosa che è sempre auspicabile o necessario, ma la storia
non ci impone di combattere non solo le battaglie che vogliamo,
ma anche quelle che non possiamo evitare. Quali che fossero le aspirazioni
delle diverse forze di “sinistra”, le prigioni dovevano oggettivamente
essere spinte in prima linea nella guerra di classe in Turchia.
In risposta a certe argomentazioni, il TKP(ML) chiariva che lo stato
stava perseguendo un piano li liquidazione di uno dei centri del
movimento rivoluzionario, e che ogni passività in quella fase avrebbe
significato la resa delle masse al nemico.
Altri partiti
e organizzazioni sostenevano anche che lo sciopero della fame avrebbe
dovuto iniziare solo dopo l’attacco del nemico contro le prigioni,
e ancora i maoisti rispondevano che la speranza del governo era
proprio quella di approfittare e fare leva sulla demoralizzazione
e la capitolazione che inevitabilmente i colpi inflitti al PKK avevano
prodotto, e che i rivoluzionari dovevano prendere l’iniziativa,
squarciare il buio che era calato ed essere loro a decidere tempi
e condizioni di una battaglia che tutti ritenevano inevitabile.
Queste linee
di destra hanno prodotto l’iniziale non adesione dei militanti di
molti di questi partiti e organizzazioni allo sciopero della fame.
All’inizio, la direzione del PKK si era addirittura tirata indietro
dalla lotta, ma una volta aperto lo scontro e sviluppato il sostegno
delle masse, la situazione è radicalmente cambiata.
Fin dall’inizio,
Il TKP(ML) ha legato la battaglia dei prigionieri politici alla
più larga lotta contro il regime e, in particolare, alla necessità
di rovesciarlo attraverso la guerra popolare di lunga durata. Nelle
campagne, le forze armate del TKP(ML), l’Esercito di Liberazione
degli operai e contadini di Turchia (TIKKO), aveva già realizzato
nei mesi in cui il regime stava mettendo a punto il piano dei carceri
di tipo F delle significative azioni armate nella regione del Mar
Nero e nell’area di Dersim. Nel gennaio 2000, nelle zone guerrigliere
operava un commando di truppe dei corpi d’élite, a caccia di rivincita
dopo l’abbattimento di un elicottero dell’esercito e l’uccisione
di alcuni alti ufficiali, compreso un comandante di divisione. Ancora
una volta i guerriglieri tesero loro un’imboscata, uccidendo tre
uomini e ferendone diversi altri. I guerriglieri del TIKKO diffondevano
poi un comunicato rivendicando l’azione come al servizio della guerra
popolare e contro i piani del governo per istituire i carceri di
tipo F.
Gli stessi
prigionieri hanno fatto loro quel grido di battaglia: “diamo la
vita per la guerra popolare”. Oltre all’abolizione dei carceri di
tipo F, lo sciopero della fame ha rivendicato anche la fine dell’oppressione
del popolo kurdo, l’abolizione dei tribunali speciali usati per
sopprimere i prigionieri politici e il rifiuto delle “riforme” economiche
imposte dal FMI, che affamavano le masse.
Come hanno
segnalato tutti i dirigenti del proletariato rivoluzionario, ogni
passo in avanti significativo è accompagnato da una dura lotta contro
le linee sbagliate. Nonostante all’inizio la resistenza non fosse
riuscita a costruire un’unità larga come si poteva sperare, i prigionieri
politici erano convinti della giustezza della loro causa e della
necessità della loro azione. Occorrevano, comunque, una lotta dura
e difficile e dei sacrifici per dimostrare che avevano ragione.
Inizia
La battaglia
Lo sciopero
della fame è iniziato il 20 ottobre 2000. Nel primo mese, i media
rispettavano un non ufficiale divieto di ogni informazione sulla
resistenza dei prigionieri politici. Sui maggiori mezzi di comunicazione
non appariva alcuna notizia delle centinaia di prigionieri in sciopero
della fame. Una domanda si imponeva all’ordine del giorno: avevano
ragione revisionisti e socialdemocratici, le masse sarebbero rimaste
lontane da questa lotta? La risposta non avrebbe tardato molto ad
arrivare.
Il 25 novembre,
un corteo di 10.000 persone ha sfilato in solidarietà con la lotta
dei prigionieri politici dall’ippodromo di Istanbul fino al parco
Apdi Ipekci. Duecento avvocati hanno sfilato con le loro toghe,
e nove di questi hanno iniziato a loro volta lo sciopero della fame.
Contro i carceri di tipo F si sono costituiti gruppi di sostegno
nei i diversi ambiti della società: tra giornalisti, attivisti dei
ritti umani e altri. La solidarietà espressa da ogni settore della
società ha presto superato le aspettative non solo dei revisionisti
che si erano opposti all’azione e avevano tentennato, ma anche degli
stessi rivoluzionari che avevano lanciato la battaglia.
Sempre in
novembre, ispirati dalla fermezza dei prigionieri politici, si sono
ribellati i prigionieri comuni, prendendo il controllo di alcune
carceri e alcune guardie in ostaggio e richiedendo, tra l’altro,
la fine della brutalità delle condizioni nelle prigioni turche.
I familiari
dei prigionieri politici hanno avuto un ruolo particolarmente cruciale,
mantenendo alta la vigilanza fuori delle prigioni, mentre alcuni
di loro hanno a loro volta iniziato lo sciopero della fame.
Un forte appoggio
è venuto dalle comunità dei milioni di turchi emigrati sparsi per
l’Europa, principalmente in Germania. In tutto il continente ci
sono stati picchettaggi nei pressi di sedi di istituzioni turche.
A Rotterdam, un giovane turco che aveva iniziato lo sciopero della
fame in solidarietà con i prigionieri politici è stato aggredito
e ucciso dai Lupi Grigi, organizzazione fascista turca.
La battaglia
si è andata infuocando. Ai primi di dicembre sempre nuove ondate
di prigionieri si univano allo sciopero della fame e più di un centinaio
superavano il punto di non ritorno. Le manifestazione di solidarietà
per le strade si sono trasformate diventavano teatro di duri scontri
con la polizia. A Istanbul la polizia ha colpito a morte un giovane
che portava manifesti di sostegno dei prigionieri politici nel quartiere
Gazi Osmanpasha di Istanbul, forze del TIKKO hanno contrattaccato
prendendo in imboscata un bus della polizia che portava forze speciali
antisommossa, uccidendo due agenti e ferendone 11. In risposta,
migliaia di poliziotti sono scesi a manifestare in strada, agitando
le loro pistole e reclamando più repressione. Ad Ankara, una manifestazione
di solidarietà con i prigionieri politici si è trasformata in una
battaglia campale contro Lupi Grigi e polizia durata 5 ore. Sono
stati i più duri scontri di questo genere dagli anni 80.
In questa
situazione di accelerazione degli eventi, improvvisamente il governo
accettava di tenere un negoziato indiretto tramite il noto scrittore
Yashar Kemal e altri intellettuali. Dal ministero di giustizia si
ventilava l’ipotesi di un rinvio del progetto sistema F. Era chiaramente
una tattica per smobilitare i prigionieri politici e ammorbidirli
in vista di quanto stava per succedere.
La situazione
era complicata per il sostegno verso i prigionieri da parte di alcuni
intellettuali e altri soggetti che però ragionavano con una visione
strettamente limitata alla difesa dei diritti umani. Per l’azione
di queste forze, che pur sempre restavano degli alleati, la resistenza
dei prigionieri politici correva il rischio di essere ridotta alla
questione di “quanti metri quadrati” di cella costituivano una “violazione
dei diritti umani”, invece che essere sostenuta in quanto la lotta
contro i carceri di tipo F era la trincea avanzata della lotta contro
la generale offensiva del regime reazionario.
Scopo di questa
lotta tra governo e forze rivoluzionarie per la conquista dell’opinione
pubblica, in particolare delle forze intermedie del paese, era ottenere
la posizione migliore, mentre iniziava il conto alla rovescia.
L’assalto
alle prigioni
Il 19 dicembre
2000 le autorità turche hanno ordinato ad una forza imponente, formata
da polizia, esercito e le famigerate forze di sicurezza della “squadra
speciale”, di attaccare simultaneamente i prigionieri politici in
una ventina di carceri in tutto il paese. I bulldozer hanno aperte
brecce nelle mura delle prigioni da dove le forze di sicurezza potevano
lanciarsi all’assalto e aprire il fuoco. Elicotteri Sikorsky sorvolavano
l’area per oscurare tutte le comunicazioni radio tra le prigioni
e l’esterno, perché l’operazione potesse continuare nel più stretto
segreto.
Nonostante
avessero di fronte forze enormemente superiori, i prigionieri politici
hanno combattuto con coraggio ed eroismo. Secondo i racconti di
testimoni diretti, i prigionieri hanno eretto barricate e hanno
combattuto con armi rudimentali che loro stessi avevano fabbricato:
maschere antigas ricavate da bottigliette di bibite, fionde e bombolette
di gas da campeggio usate a mo’ di bottiglie molotov. Nonostante
la superiorità militare, le forze di sicurezza hanno subito alcune
perdite e sono state ripetutamente respinte, mentre tutto il mondo
stava a guardare. Il “diario dalla prigione di Gebze”, un resoconto
dei fatti realizzato da alcune detenute nella prigione di Gebze,
dà un’idea dei combattimenti che hanno avuto luogo quel giorno.
Scatenato
questo proditorio attacco, il regime turco ha cercato di stringere
il suo controllo sull’informazione circa la battaglia in corso,
proibendo ai giornalisti di avvicinarsi a meno di un miglio di distanza
dai carceri. La Corte per la Sicurezza dello Stato ha emesso un
decreto che vietava una “eccessiva” copertura degli attacchi contro
i prigionieri e delle proteste per le strade. Allo stesso tempo,
hanno cercato di coprire con un fiume di menzogne i crimini dei
sanguinari aguzzini che avevano sguinzagliato, dicendo addirittura
che i prigionieri si erano dati fuoco alla vista dei soldati, mentre
uno dei più efferati crimini commessi durante gli attacchi è stato
proprio l’apertura di un foro nel tetto di una delle prigioni di
Istanbul da dove è stata gettata benzina sulle prigioniere sottostanti,
come confermato non solo da una delle prigioniere superstiti, ma
anche dalle infermiere che hanno curato i feriti in ospedale. Per
colmo dell’ipocrisia, il regime turco aveva spudoratamente battezzato
l’assalto alle prigioni operazione “restituire la vita”!
Nonostante
l’inferiorità delle loro forze, ovunque i prigionieri hanno resistito
per molte ore e in alcuni casi per un giorno intero, dando tempo
prezioso a migliaia di sostenitori per scendere in strada. Il Comitato
Fermare la Repressione Contro i Prigionieri Politici in Turchia
ha riferito: “Ad Ankara, Adana, Izmir e in alcune altre città, le
manifestazioni contro il vile attacco dello stato si sono trasformate
in violenti scontri con Lupi Grigi e polizia. I giovani e i familiari
dei prigionieri sono stati di esempio per tanti altri, attaccando
per primi i blindati della polizia con lancio di pietre e bottiglie
molotov. A Istanbul, nella piazza di Taksim, per un’ora e mezzo
2.000 persone hanno ingaggiato battaglia con la polizia. Il capo
della polizia di Istanbul ha riferito di un nuovo attentato del
TIKKO contro le forze di sicurezza turche. Il 20 dicembre, a Okmeydani
un sobborgo di Istanbul, forze guerrigliere hanno teso un agguato
a un’auto della polizia, ferendo due poliziotti. Anche la sede locale
dei Lupi Grigi è stata attaccata, con un fascista ucciso e due gravemente
feriti”.
In conclusione,
le forze di sicurezza hanno usato la loro straripante superiorità
materiale per riprendere il controllo delle prigioni e hanno consumato
una sanguinaria rappresaglia. Molti prigionieri sono stati immediatamente
trasferiti ai carceri di tipo F. Amnesty International ha riferito
di pestaggi e torture praticate dalle forze di sicurezza prima,
durante e dopo i trasferimenti, e anche che di alcuni prigionieri
non si è più avuto notizia dal momento dell’assalto alle prigioni.
La battaglia
del 19 dicembre è stata una puntuale testimonianza dello spirito
di combattimento dei prigionieri in sciopero della fame. Se il potere
turco aveva una qualche illusione di riuscire a piegare lo spirito
dei prigionieri, questa è stata frustrata. Subito dopo gli attacchi
del 19 dicembre, un legale dei prigionieri politici ha dichiarato:
“tutti quelli che erano in sciopero della fame, lo stanno continuando.
Molti di loro sono in condizioni critiche, quasi tutti sono rimasti
feriti negli attacchi”. In realtà, da allora, molte altre centinaia
di prigionieri politici, ispirati dall’eroica resistenza del 19
dicembre, si sono uniti allo sciopero della fame e, grazie a questa
decisiva battaglia la maggior parte delle organizzazioni politiche
che prima si erano opposte allo sciopero si sono unite alla lotta.
La
battaglia continua
Nei mesi successivi
l’attacco di dicembre, lo sciopero della fame è continuato e diversi
altri prigionieri hanno dato la vita. I prigionieri politici continuano
a combattere in condizioni ancora più difficili. Il sostegno verso
di loro continua a essere forte in Turchia e all’estero. A Londra,
alla notizia dell’attacco del 19 dicembre, 50 militanti hanno occupato
il London Eye, una gigantesca ruota alta 40 piani in riva al Tamigi,
bloccandone le operazioni per tutta la giornata. Migliaia hanno
manifestato in Germania e in tutta Europa.
Uno dei pregi
delle grandi battaglie è che definiscono più chiaramente amici e
nemici. Prima del 19 dicembre le potenze europee avevano fatto appariscenti
pressioni perché la Turchia “elevasse il rispetto dei diritti umani”.
Dopo gli attacchi, i diplomatici USA ed europei a Istanbul si sono
“rammaricati” per i metodi usati nell’attacco, ma lo hanno pienamente
giustificato, dicendo che di certo era necessario per la Turchia
riprendere il controllo sui carceri del paese. La Turchia continua
a essere uno dei maggiori destinatari del mondo di aiuti militari
USA.
Purtroppo,
anche alcune organizzazioni di difesa dei diritti umani non hanno
fatto di meglio: Human Rights Watch, che pure aveva più volte denunciato
i carceri di tipo F e documentato la loro violazione delle norme
internazionale sui diritti umani, ha vergognosamente dichiarato:
“chiaramente il ministro della giustizia non deve lasciarsi intimidire
dalla minaccia di scioperi della fame o di rivolte carcerarie, rinunciando
al giusto corso di azioni nella gestione delle carceri”, rovesciando
così la verità su chi ha esercitato torture, pestaggi e pressioni
per “intimidire” chi.
Da diverse
parti, in particolare tra quelli che si erano tirati indietro al
momento del lancio di questa lotta, è stato detto che l’attacco
dello stato ha rappresentato una sconfitta per i prigionieri politici.
Una dichiarazione dell’ufficio internazionale del TKP(ML) ha respinto
seccamente questa posizione: “conosciamo questa linea e sappiamo
che quelli che si sono sempre limitati a raccattare qualche temporanea
concessione di diritti da parte delle classi dominanti non possono
né vogliono vedere la vittoria ideologica e politica che è stata
effettivamente conquistata. Non esistono mai garanzie certe per
le concessioni ottenute dal sistema”.
Il Comitato
del MRI, si è rivolto con orgoglio ai compagni nelle prigioni turche
in una dichiarazione successiva alla battaglia del 19 dicembre:
“Compagni, la vostra lotta ha inflitto al nemico una sconfitta politica
e ideologica. Le bombe, gli elicotteri e i mitragliatori d’assalto
dello stato turco hanno fallito. L’audacia della lotta rivoluzionaria
e l’incrollabile fiducia nelle masse e nella nostra causa comunista
sono avanzate. Abbiamo fiducia che continuerete a combattere per
fare delle prigioni turche delle luminose trincee di combattimento.
Le masse rivoluzionarie di tutto il mondo e i loro partiti e organizzazioni
maoiste di avanguardia traggono esempio dalla vostra lotta e sono
al vostro fianco”.
I commentatori
borghesi guardano alla lotta dei prigionieri con un misto di disprezzo
e incomprensione. Sono incapaci di comprendere una prospettiva che
non assuma il proprio benessere individuale come bene supremo, e
per la quale la lealtà più profonda non è verso sé stessi o la propria
famiglia, ma va ben al di là, per rivolgersi non solo a quelli che
ti stanno fianco a fianco nella lotta comune, non solo alle migliaia
di sconosciuti che domani potrebbero subire il carcere nelle mani
del regime turco, ma alle sterminate masse di oppressi in Turchia
e in tutto il mondo. Mettendo in gioco le loro vite, i compagni
turchi che sono caduti o che guardano oggi la morte negli occhi
hanno denunciato agli occhi del mondo i piani reazionari dello stato
turco per piegare i prigionieri politici e portare un colpo decisivo
alla lotta rivoluzionaria in quel paese. A questa lotta rivoluzionaria,
la loro lotta di auto-sacrificio ha certamente dato un contributo.
Nei mesi successivi,
nel tentativo di smorzare la lotta che continua, le autorità turche
hanno dichiarato l’impegno a realizzare delle riforme, ma il gioco
è promettere per poi tirarsi indietro. La lotta dei prigionieri
politici continua a ispirare manifestazioni di protesta, scioperi
della fame e altre espressioni di sostegno in tutto il paese e all’estero.
Il Primo Maggio, il sostegno dei prigionieri politici è stata una
delle parole d’ordine della manifestazione di 20.000 persone che
ha sfilato per Istanbul sfidando il divieto della polizia.
Il fatto che
questa forte lotta rivoluzionaria sia esplosa proprio nelle prigioni,
là dove il nemico crede di essere più forte, ha dato nuovo coraggio
a milioni di persone e ha dimostrato che attraverso la lotta, con
una linea corretta e una lunga prospettiva si può cambiare il mondo.
Lo spirito di Mao, per cui “niente è difficile al mondo per chi
osa scalare le alture”, è ciò che i prigionieri politici hanno effettivamente
incarnato.
Anche quando
questa battaglia era allo stadio iniziale, il Comitato del MRI commentava
profeticamente: “mentre i prigionieri politici entrano in questa
pericolosa battaglia, milioni di occhi li guardano e i cuori degli
oppressi di tutto il mondo batteranno con i loro. La posta in gioco
è alta. Nella Russia pre-rivoluzionaria il Partito bolscevico di
Lenin diresse i prigionieri politici nella trasformazione di ogni
sforzo dello stato reazionario per contenerli in un passo in avanti
per la rivoluzione: la dispersione dei prigionieri creava solo altre
scuole di rivoluzione in nuove aree, mentre la loro concentrazione
trasformava le prigioni in bastioni di resistenza. Così, anche in
Turchia, lo stato imparerà, ma troppo tardi, che la sua vile repressione
dei prigionieri politici, invece che portare alla pace sociale,
darà la scintilla che innescherà anche più grandi battaglie future”.
Aprile
2001
Il compagno
Ender Can Yildiz è stato dirigente del Partito Comunista di Turchia
(marxista-leninista) e membro del Comitato Centrale. Il 18 aprile
2001, si aggiunto ai circa 60 compagni che già avevano dato la vita
nella battaglia iniziata dai prigionieri politici in Turchia. È
stato sepolto tra onde di bandiere rosse, mentre slogan rivoluzionari
arrossavano l'aria. A dirigere la sepoltura c'era la madre, una
fragile vecchia con un nastro rosso stretto intorno alla fronte
su cui aveva scritto "Ender Can è immortale". Quando un
giornalista inglese le ha chiesto che cosa provasse per la morte
del figlio, scegliendo accuratamente le parole, la fragile vecchia
ha risposto: "mio figlio non ha perso la sua battaglia, ha
vinto e sono orgogliosa di lui. Combatteremo sino alla vittoria".
In occasione della morte del compagno Ender Can Yildiz l'ufficio
internazionale del TKP(ML) ha diffuso un comunicato:
"Il compagno Ender Can Yildiz fu arrestato nel 1985, quando
era dirigente dei giovani studenti. Fu condannato a 12 anni e sei
mesi. Continuò la sua lotta per il comunismo nelle prigioni di Metris
e Canakkale. Evaso, nel 1990 andò a combattere in montagna. Partecipò
alla guerra popolare diretta dal nostro Partito, di cui fu quadro
dirigente.
Nel 1995 fu catturato dal nemico e fatto prigioniero di guerra,
in quanto membro del Comitato Centrale del Partito. Il nemico ne
richiese l'esecuzione. Ha continuato la sua lotta nei carceri di
Diyarbakir, Malatya e Elbistan e nel carcere di tipo F di Sincan.
Il compagno Ender Can Yildiz è un simbolo di resistenza comunista.
Spese la sua permanenza in carcere nella resistenza totale, in anni
e anni di lotta costante, nonostante torture e isolamento, battendo
il nemico nelle celle delle sue stesse galere. È' un altissimo simbolo
di lotta, resistenza e vittoria.
Difese con perseveranza e impugnò sempre la linea del Partito e
fu attivo difensore della scienza del maoismo".
"…
Cosi, in una parola, ognuno dei nostri compagni e dei nostri cari,
in questo preciso momento, sta mettendo in pratica il suo dovere
verso la famiglia, il popolo, la rivoluzione e la storia, rispettando
la propria dignità e i nostri valori e principi scritti con il sangue.
È perciò chiaro che la durata della lotta e la durezza della nostra
condizione durante la resistenza non possono essere una scusa per
nessuno: occorre assumersi questo compito, altrimenti si scivola
nel pantano del tradimento, facendo il gioco della tirannia e dello
sfruttamento e avvalorando la cosiddetta via di mezzo … Perciò diciamo
che chi darà la vita in questa battaglia, assaltando il cielo con
la determinazione di resistere, combattere e vincere, lo ritroveremo
a danzare con noi nel giorno della vittoria"
Cafer
Tayyar Bektas
(combattente dello sciopero della fame alla morte del TKP (ML)
nel carcere di tipo F di Sincan, morto nella lotta).
Diamo le nostre
vite per la guerra popolare
25 novembre
2000
Quello che segue
è il discorso di un combattente dello sciopero della fame a morte
del TKP(ML) nella prigione di Sagmacilar, pronunciato durante la
cerimonia di consegna dei "nastri rossi", il simbolo che
portano sulla fronte i combattenti che trasformano il loro digiuno
in una corsa verso la morte. (N.B. con il termine "fratelli
di trincea" si indicano i militanti di altre organizzazioni
impegnate nella battaglia dei prigionieri politici)
Un saluto a tutti voi, con la forza che ci viene dal proletariato
internazionale e dai popoli oppressi del mondo. Un saluto a tutti
voi, con la forza che ci viene dalla nostra ideologia scientifica,
il marxismo-leninismo-maoismo. Un saluto rosso, come la nostra bandiera,
che sventola alta, dalle Ande all'Himalaya, da Naxalbari a Munzurs.
Compagni e fratelli di trincea,
la rivoluzione è un roseo neonato che grida tra i dolorosi sforzi
della madre. Al termine di una lunga e dolorosa guerra rivoluzionaria,
vedremo la nascita di questo roseo bambino e attraverso tutta una
serie di rivoluzioni, di rivoluzioni culturali, lo alleveremo e
ne garantiremo la crescita lungo la via che ci porterà a una società
senza classi, senza frontiere né sfruttamento, al comunismo, il
futuro perfetto, l'età aurea dell'umanità. Attraversiamo oggi un
nuovo e doloroso momento dentro la guerra rivoluzionaria, un periodo
in cui siamo pienamente impegnati e raggiungere questa meta.
Ma è allo stesso tempo un momento critico, durante il quale che
cosa significhi essere un rivoluzionario è rimesso alla prova ideologicamente,
politicamente e organizzativamente. Ogni compagno, organizzazione
o partito rivoluzionario che mancherà di dare risposte alle esigenze
questo momento critico, non riuscirà a mantenere il ritmo della
nuova ondata della rivoluzione che si sta presentando sulla scena
mondiale e quindi inciamperà, cadrà e ne resterà alla coda.
Noi, prigionieri politici e di guerra, abbiamo responsabilità ancora
maggiori di fronte agli attacchi che stiamo subendo, in quanto sono
parte di un agire strategico dell'imperialismo e della dittatura
fascista. I combattenti prigionieri, che non hanno mai mostrato
alcuna esitazione nell'assumersi le loro responsabilità, continuano
a farlo anche oggi. Dopo un anno di lotte, alcune grandi, altre
piccole, siamo oggi al culmine della nostra battaglia: vincere lanciandoci
nell'assalto dello sciopero a morte, e in questo acme di lotta,
ad alcuni di noi i nostri partiti hanno dato il compito di combattere
in prima linea...
Compagni e fratelli di trincea, in questo momento, mentre vi parlo,
sono emozionato come il giorno in cui mi hanno assegnato questa
responsabilità. Sento l'entusiasmo e la passione di un guerrigliero,
di un combattente del popolo, che tempesta le posizioni del nemico
con centinaia di proiettili e poi, senza badare a quanto sia rovente,
lecca la canna del fucile e si brucia la lingua.
Ovunque e in qualsiasi condizioni ci troviamo, l'emozione che proviamo
è l'entusiasmo della guerriglia, prodotto del nostro spirito comune.
La passione e l'entusiasmo che ci fanno serrare le file nelle basi
d'appoggio rivoluzionarie del potere politico al grido di battaglia
"diamo la vita per la guerra popolare" per sfidare gli
attacchi delle politiche fasciste dirette contro quel potere politico
a cui noi miriamo. La passione che ci viene dal sapere che stiamo
colpendo lo stesso bersaglio che stanno colpendo i guerriglieri.
Alessandro il Grande, descrivendo la superiorità del suo esercito
in battaglia, diceva: "i miei soldati combattono non per morire
ma per vincere". Per un combattente, è un principio importante
da afferrare.
Geronimo, che ha un suo posto nei nostri cuori e nella storia dei
cuori degli oppressi, nonostante non abbia mai scritto un libro
di arte della guerra o di storia della guerra, disse una volta:
"se non ci fosse il cancello della morte, non ci sarebbe rotazione
nella ruota della vita". Ecco un secondo principio importante
che un combattente rivoluzionario deve impugnare. È necessario,
dunque, fare sacrifici, con il coraggio di morire per la rivoluzione.
È necessario, dunque, mobilitare le masse per la guerra rivoluzionaria
con il coraggio di morire. Dunque, come dice il compagno Gonzalo,
prigioniero in isolamento assoluto nelle prigioni dello stato peruviano:
"è necessario tenere la propria vita sulla punta delle dita"
Ed è esattamente ciò che stiamo facendo noi oggi. Il nostro scopo
è vincere, vincere combattendo…
Siamo rivoluzionari, siamo comunisti, perciò vogliamo la rivoluzione,
l'indipendenza, la nuova democrazia e il socialismo.
Per questo resistiamo alla prigionia, per questo insistiamo nella
guerra rivoluzionaria.
… Il presidente Mao ci ha insegnato che solo chi non ha paura di
morire tagliato in mille pezzi può spodestare l'imperatore, e per
questo il nostro leader e guida, Ibrahim Kaypakkaya, ci ha insegnato
a gettarci con tutto quel che abbiamo nel mare della lotta di classe.
Con coscienza e con coraggio, salto nella trincea della corsa alla
morte. Vi saluto con tutto il mio calore di compagno e i miei sentimenti
di fraternità di trincea. Auguro a tutti voi di conquistare giorni
pieni di vittorie.
Viva il
nostro Partito!
Vinceremo,
il popolo vincerà, la guerra popolare vincerà!
Combattente della corsa alla morte del TKP(ML)
carcere di Sagmacilar
Portare
la resistenza dello sciopero della fame a morte sino alla vittoria!
Appello del Comitato Centrale del Partito Comunista
di Turchia (Marxista-Leninista)
Il seguente
è un appello al popolo di Turchia del TKP(ML) diffuso nel dicembre
2000, mentre la battaglia si arroventava alla vigilia dell'assalto
dello stato contro i prigionieri politici. Ne sono state distribuite
decine di migliaia di copie in Turchia e tra le masse di lavoratori
turchi e kurdi emigrati in Europa occidentale.
La situazione
in cui siamo mostra chiaramente che la crisi della borghesia compradora
e dei latifondisti è sempre più profonda, sia politicamente che
economicamente. Le classi dominanti stanno scaricando i costi della
crisi sugli operai, i contadini e gli tutti gli oppressi.
Lo stato vuole schiacciare la resistenza delle rivendicazioni democratiche
della nazione kurda e delle altre minoranze e attaccare le rivendicazioni
democratiche di operai, contadini e studenti.
Lo stato fascista turco ha anche attaccato i comunisti e rivoluzionari
nelle prigioni, vuole catturarli non solo fisicamente ma anche ideologicamente
e politicamente, oggi con attacchi più sanguinosi che in passato.
Per questa ragione porta avanti il piano dei carceri "di tipo
F".
Il risultato di questa politica dello stato fascista turco nelle
prigioni è che i prigionieri politici del TKP(ML), del DHKPC e del
TKIP hanno gettato i loro corpi nella corsa alla morte e hanno iniziato
una gloriosa resistenza. La loro fermezza rivoluzionaria guida il
loro spirito di resistenza e il nostro Partito, il TKP(ML) è sicuro
che i prigionieri comunisti e rivoluzionari vinceranno.
I prigionieri politici, che sono il sole della libertà nelle prigioni,
hanno rapidamente mobilitato i loro familiari. In brevissimo tempo,
la loro resistenza rivoluzionaria contro lo stato ha avuto un forte
impatto sulla masse oppresse e ha portato le masse in strada a protestare
e combattere contro lo stato nelle città di tutta la Turchia. Lo
stato turco ha provato diverse manovre nel vano tentativo di pacificare
le masse, ma le masse oppresse, i comunisti e i rivoluzionari stanno
scrivendo la storia con il loro sangue.
Il nostro Partito ha salutato con azioni pratiche la resistenza
dei comunisti e dei rivoluzionari. A Karadeniz (regione del Mar
Nero), a Dersim (Kurdistan), a Marmara (regione di Istanbul) e all'estero
il Partito ha mobilitato tutti i suoi simpatizzanti e altre masse
per unirsi alla lotta dei prigionieri comunisti e rivoluzionari,
e ovunque il Partito ha avuto un ruolo cruciale per questa lotta.
In ogni angolo del mondo, onde di rivoluzione montano e si sviluppano.
Una nuova ondata che fa paura a imperialisti e alla classe dominante
reazionaria. La lotta in Turchia è parte di questa nuova ondata.
Nel settembre del 1992, con l'aiuto degli imperialisti, fu catturato
il presidente Gonzalo (capo del Partito Comunista del Perù). Ma
non per questo l'imperialismo e la reazione sono riusciti a fermare
la guerra popolare in Perù. Come disse lo stesso presidente Gonzalo
il 24 settembre 1992 nel suo discorso dalla gabbia, era soltanto
"un tornante lungo la strada" della guerra popolare. Così
come ha fatto in Perù il regime di Fujimori con il presidente Gonzalo,
lo stato fascista turco vuole isolare i prigionieri politici comunisti
e rivoluzionari in Turchia.
Come maoisti, il nostro compito oggi è combattere contro la capitolazione
e la collaborazione ovunque ci troviamo, nel processo di costruzione
della democrazia popolare, del socialismo e del comunismo, e abbattere
l'imperialismo e la classe dominante reazionaria.
Viva la
resistenza del digiuno a morte!
Viva la guerra popolare!
Gloria al nostro Partito TKP(ML), al nostro esercito TIKKO e alla
nostra organizzazione giovanile TMLGB!
"Avete
il sostegno di gente da tutto il mondo"
Da Rossoperaio
(giornale maoista italiano) giugno 2001:
"I tanti sit-in e altre iniziative presso i consolati turchi
e altre sedi di istituzioni del regime fascista turco che si sono
tenute nei giorni successivi il massacro dimostrano l'unità internazionalista
e l'alta coscienza che i comunisti, i rivoluzionarie e gli antimperialisti
italiani hanno dell'importanza della lotta dei prigionieri contro
il loro isolamento.
Nei giorni seguenti l'attacco del 19 dicembre ci sono state proteste
e manifestazioni in 23 città in tutta Italia. I compagni di Rossoperaio
e altri hanno organizzato assemblee in cinque città e una manifestazione
il 23 dicembre a Milano, dove diverse centinaia di persone, compresi
diversi familiari dei prigionieri politici, sono sfilate in corteo
sino al consolato turco, fronteggiando un massiccio schieramento
di polizia, e lì hanno tenuto un minuto di silenzio in onore dei
prigionieri caduti e intonato l'Internazionale".
Dublino:
Picchetti a più schiere in solidarietà con i prigionieri politici
si sono tenuti davanti l'ambasciata turca in Irlanda, dove lo sciopero
della fame in Turchia tocca una corda particolarmente profonda.
Poco più di vent'anni fa, il governo britannico incarcerò centinaia
di combattenti repubblicani irlandesi con prove inesistenti grazie
alla nuova legge di "internamento". I prigionieri politici
irlandesi resistettero, lanciando uno sciopero della fame a oltranza.
Bobby Sands, un giovane poeta rivoluzionario e il più noto tra i
prigionieri in sciopero della fame, provocatoriamente, dalla sua
cella si candidò alle elezioni del parlamento britannico e, contro
ogni aspettativa, vinse. Per quanto confusa e colpita da ciò, l'autorità
britannica rifiutò di cedere. Bobby Sands resistette fino a dare
la sua vita. L'ondata di solidarietà da tutto il mondo e lotta delle
masse irlandesi costrinsero alla fine il governo britannico a cedere
e a ritirare le odiate leggi sull'internamento.
Da Revolutionary Worker, organo del PCR, USA:
"Come maoisti e rivoluzionari che lottano nel ventre della
bestia imperialista, siamo incondizionatamente dalla parte degli
oppressi in Turchia e delle nostre sorelle e fratelli del TKP(ML).
Anche se la nostra lotta si svolge all'altro capo del mondo, siamo
compagni nella rivoluzione proletaria mondiale.
Sappiamo che i prigionieri politici in Turchia combattono una battaglia
mortale. Il regime turco è corrotto e sanguinario, ha imparato dai
suoi padroni imperialisti, ed ha scatenato un vile assalto contro
i prigionieri politici.
Ma in tutto il mondo hanno visto e hanno tratto esempio dalla determinata
ed eroica resistenza dei prigionieri politici in Turchia. Mentre
affrontano l'attacco finale degli oppressori, le nostre sorelle
e fratelli rivoluzionari in Turchia hanno il sostegno di gente di
tutto il mondo".
Dagli Stati Uniti sono stati inviati ai prigionieri politici in
Turchia diversi striscioni di solidarietà, uno dai ghetti di Chicago,
riprodotto nella foto mentre è esposto durante una manifestazione
di immigrati turchi in Europa. Ora sfila per le strade di Istanbul.
Dall'Unione dei Comunisti Iraniani (Sarbedaran), dic. 2000
"Il vostro appello dice al mondo che le masse del popolo in
Turchia e i suoi figli comunisti e rivoluzionari non permetteranno
che gli imperialisti yankee e i loro lacchè di fare della Turchia
una base militare per controllare e sopprimere le lotte dei popoli
della regione, per impedire che l'emergente nuova grande ondata
della rivoluzione mondiale cresca e garantire pace e stabilità ai
nemici del proletariato e del popolo".
Diario
dal carcere di Gebze
Quello che segue è il racconto di quanto è accaduto soltanto in
una, Gebze, delle prigioni assaltate dalle truppe governative il
19 dicembre 2000. Tratto dal periodico Democrazia Rivoluzionaria,
è stato scritto da prigionieri militanti del TKP(ML).
Nell'ora più
buia, poco prima dell'aurora, ancora una volta i padroni del buio
si sono fatti avanti. Non serve contare quante altre volte lo hanno
fatto prima, sta scritto negli annali della storia.
Sapevamo che questa loro il loro arrivo sarebbe stato diverso dagli
altri. Sapevamo che il fascismo, dal suo letto di morte, ci avrebbe
attaccato in modo ancora più feroce e ci avrebbe chiesto di arrenderci,
ma qualcuno ci ha mai visto arrenderci a loro? Perciò, quando ci
siamo svegliate eravamo consce di quel che ci aspettava. Nonostante
la loro ferocia, eravamo certe, come lo siamo dell'alba, che, proprio
come quelli che ci avevano preceduto, avremmo scritto il nostro
aneddoto nel libro della storia. Li abbiamo affrontati con i nostri
slogan gridando a tutti quelli che amiamo e a tutta l'umanità il
nostro impegno a non arrenderci mai.
Siamo saltate dalle brande appena la nostra compagna, che montava
la guardia, ha gridato lo slogan "viva la nostra barricata
di resistenza!". I soldati attaccavano la prigione attraverso
i cancelli d'entrata, in un niente abbiamo eretto le barricate.
Tutti i preparativi erano completati. In due minuti i soldati hanno
preso posizione sul tetto, in attesa, con le armi puntate contro
il dormitorio. Quanto sono entrati nel corridoio principale hanno
urlato: "stiamo arrivando: se avete un posto dove correre è
da Allah! Allah!" Hanno aperto il fuoco contro i compagni di
guardia nel corridoio principale, un compagno è stata ferito a una
gamba da un proiettile di mitragliatore G-3. Sotto il fuoco pesante,
altri compagni sono riusciti ad alzare una barricata a una certa
altezza del corridoio. I soldati non riuscivano a superare le barricate.
Così hanno iniziato a lanciare bombe attraverso dei buchi che avevano
fatto nel tetto e nel soffitto, l'aria si è saturata di fumo e gas
e i compagni alle barricate sono corsi alle finestre laterali per
respirare. Kenan Tayboran è caduto in coma dopo essere stato ferito
alla testa da qualcosa attraverso la finestra, non si sa se una
bomba o un proiettile. Quando i nostri compagni lo hanno portato
nel dormitorio, non aveva polso. A fatica, uno dei nostri compagni,
che era medico, lo rianimato…
I compagni e fratelli di trincea [compagni di altre organizzazioni
coinvolti nella battaglia] e altri amici del nono, decimo e dodicesimo
dormitorio, che erano riusciti a alzare le barricate lungo il corridoio
principale continuavano a resistere, difendendo le barricate finché
possibile per abbandonarle rapidamente quando non riuscivano più
a tenere e riunirsi in una altro punto, alzando sempre nuove barricate,
sino a quando compagni e amici del nono e decimo dormitorio sono
stati chiusi in un angolo. Allora gli hanno gettato contro un numero
incalcolabile di bombe fumogene e di gas e li hanno spruzzati col
gas al peperoncino…
Nei dormitori maschili la resistenza è durata 12 ore, prima che
catturassero i prigionieri in sciopero della fame. Poi è continuata
nei dormitori delle donne. Fino ad allora, al tramonto, avevamo
sostenuto i nostri compagni con slogan e canti rivoluzionari. Quando
si sono diretti verso la nostra sezione, il numero dei soldati sul
tetto era enormemente aumentato. Avanzavano smantellando le barricate
davanti ai cancelli dei dormitori. Sono entrati nel quarto dormitorio,
che era vuoto, dopo una breve ricerca hanno spaccato tutto, specie
gli apparecchi elettronici, e strappato la biancheria femminile
per buttarla nelle latrine. Allora hanno puntato verso l'ottavo.
Smossa la struttura della barricata, cercavano di aprirsi varchi
larghi abbastanza da gettarci attraverso delle bombe e hanno iniziato
a lanciare bombe dentro il dormitorio. Le compagne cercavano otturare
le canne che infilavano attraverso la barricata con pioli di legno
fabbricati apposta, mentre slogan e canti rivoluzionari continuavano
senza sosta. Quando hanno iniziato a piovere bombe dalla finestra
della mensa, la barricata è stata abbandonata e ne abbiamo alzata
un'altra davanti all'entrata del dormitorio al piamo superiore.
Anche questa è stata attaccata allo stesso modo. Dato non avevamo
altro posto dove andare, ci siamo strette tutte insieme, con le
braccia intrecciate in cordone e abbiamo continuato a lanciare slogan.
Il fumo era denso e non riuscivamo a vedere niente. Quando sono
entrati, hanno lanciato di verse bombe proprio contro il cordone.
Alcune compagne erano svenute per il fumo, altre erano ancora semicoscienti
e continuavano a lanciare slogan per mantenersi in piedi. Allora
hanno iniziato a gettarci acqua con gli idranti e a colpirci coi
manganelli per separarci…
Dopo averci separate, hanno iniziato a spingerci lungo i corridoi,
tra due ali di sadici che ci colpivano mentre passavamo. Poi ci
hanno trascinate in cima alle scale e gettate al piano di sotto.
Ci hanno picchiato quasi a morte e aggredito sessualmente…
Dopo averci portato nel cortile, hanno cercato di identificare quelle
in sciopero della fame. Noi rispondevamo: "siamo tutte in sciopero
della fame, se volete dirci qualcosa, ditelo a tutte…"
Delle ventotto detenute che stavamo nel dormitorio numero otto,
in attesa di giudizio, tutte abbiamo riportato problemi sanitari:
escoriazioni e abrasioni, trauma cerebrale di secondo grado, fratture
ossee , lussazioni articolari ed emorragie vaginali. Ma ci hanno
negato ogni trattamento medico, come tutti gli altri nostri diritti…
Sì, verranno ancora, hanno preso la vita di dieci nostri amati compagni
nel modo più infame, ma nono sono riusciti a portargli via l'ideologia,
il cuore. Altri hanno già preso il posto di chi è caduto, e quelli
dal nastro rosso sulla fronte continuano a scrivere la storia nelle
loro celle.
I padroni del buio saranno ai loro piedi, prima o poi. Vinceremo
noi!
Prigioniere
del TKP(ML) in attesa di giudizio
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