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Cambia il governo avanza la guerra popolare
La guerra popolare
in Perù, iniziata nel 1980, continua a mantenere alta la bandiera
rossa della rivoluzione. Nonostante quello che il Presidente Gonzalo,
del Partito Comunista del Perù (PCP), chiamò un “tornante lungo
la strada”, cioè la sua cattura nel 1992, essa resta forte. Ciò
si riflette nella lista delle 90 azioni della guerra popolare dal
6 gennaio al 3 giugno del 2001 (pagg. 20-21).
Le azioni:
continui scontri con le forze armate reazionarie e lavoro di massa
dell’Esercito Popolare di Liberazione in diverse forme, in varie
regioni del paese, come il dipartimento di Ayacucho, dove iniziò
la guerra dei contadini sotto la direzione del partito, la regione
montagnosa e la valle del fiume Apurímac verso la giungla del nord.
I dipartimenti centro orientali di Cerro de Pasco e Junín, la valle
del fiume Huállaga, da tempo caposaldo importante della guerra popolare,
i dipartimenti del nord di Piura e Lambayeque e Lima, la capitale.
Il governo
provvisorio seguito alla caduta del regime di Fujimori, si è dedicato,
come il suo predecessore, alla lotta senza quartiere contro la guerra
popolare. Il giornale Sol Rojo informa che nei primi sei
mesi del 2001, il governo transitorio ha lanciato 50 operazioni
“antiterroriste”, mentre continuano le persecuzioni e gli arresti
dei sospetti rivoluzionari. Il PCP, da parte sua, ha cercato di
smascherare il governo di transizione e le elezioni, il cui obiettivo
era quello di imporre un successore di Fujimori che fosse meno screditato.
Il lavoro del partito per mobilitare le masse attraverso la guerra
popolare e costruire un movimento per il boicottaggio si è espresso
clamorosamente in entrambe tornate elettorali, l’8 aprile e il
3 giugno del 2001. Secondo un comunicato delle forze armate peruviane
pubblicato dalla rivista Caretas, solo nella prima settimana
di aprile il PCP ha realizzato 114 azioni nelle campagne, facendo
appello al popolo a boicottare le elezioni.
La “vittoria”
di Alejandro Toledo era inevitabile, essendo lo scopo unico di queste
elezioni quello di rivestirlo del manto del “mandato popolare”.
(da molto tempo ormai in America Latina si dice delle elezioni:
c’è un unico voto che conta realmente, quello che viene da Washington.).
Ciononostante, la popolarità di Toledo, pur avendo battuto gli altri
candidati al primo turno, è andata calando. Secondo i comunicati
sui risultati elettorali, nella seconda tornata elettorale, il 18,5%
(probabilmente sottostimato) degli elettori non si è presentato
alle urne, nonostante in Perù astenersi sia un reato punito con
una grossa multa, in più, un 13% ha votato scheda bianca o nulla;
in totale, è quasi un terzo degli aventi diritto. I mezzi di comunicazione
peruviani e nordamericani lo considerarono un disastro per il nuovo
governo. A differenza delle elezioni precedenti, questa volta le
forze reazionarie legate al regime precedente hanno cercato di cavalcare
il malcontento popolare facendo appello al voto nullo. Comunque,
il malcontento è palpabile, forte e pericoloso per le classi dominanti.
Nella capitale,
dove per buona parte dell’ultimo decennio gli squadroni della morte
hanno assassinato impunemente persone sospette solo di aver distribuito
volantini, il popolo ha accolto bene i volantini del PCP a favore
del boicottaggio. Si ha notizia di volantinaggi nelle università
Nazionale Maggiore di San Marco e La Cantuta, nel distretto operaio
La Victoria, nelle scuole nei quartieri popolari e in alcune delle
più grandi bidonville e altri luoghi ancora.
I mezzi di
comunicazione peruviani e i politici discutono se esista o no una
“rinascita dell’attività di Sendero Luminoso” (come viene chiamato
il PCP). Alcune forze fujimoriste denunciano il crescente livello
delle azioni e danno la colpa al nuovo governo; altre sostengono
che l’eliminazione della guerra popolare è un “lavoro lasciato a
metà” dal governo precedente, accusato di aver nascosto la continuità
delle azioni maoiste per imporre con la propaganda quella “pacificazione”
che non riuscivano ad imporre sul campo di battaglia contro il PCP.
L’attentato di maggio al Tribunale Nazionale per le Elezioni di
Lima ha avuto un forte impatto, a sostegno di questa tesi.
La verità è
che queste azioni non sono venute su dal nulla. Per esempio, va
ricordato che nell’ottobre del 1999, dopo la cattura del compagno
Feliciano, capo del Comitato Centrale del PCP dopo l’arresto del
Presidente Gonzalo, l’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) ha
respinto le offensive del governo in varie regioni. In una cruenta
battaglia nella selva di Ayacucho, l’EPL ha anche abbattuto l’elicottero
che trasportava l’ufficiale che era stato al comando delle operazioni
contro il compagno Feliciano. Nell’aprile 2000 è stata sconfitta
un’incursione governativa per riprendere la zona , con un altro
elicottero abbattuto dall’EPL. Nel febbraio 2001, un elicottero
delle forze armate è stato abbattuto mentre riforniva una base militare
a Quanta, Ayacucho, sin dall’inizio roccaforte della guerra popolare.
Gli elicotteri erano stati importanti nella strategia militare del
governo e, fino a questi incidenti, ne erano stati abbattuti pochi.
La capacità
della guerra popolare di continuare e fungere da bandiera che riunisce
l’opposizione rivoluzionaria conseguente contro le classi dominanti,
è di enorme importanza in un momento in cui le classi dominanti
sono scosse da un’acuta lotta intestina, e le classi medie sono
profondamente disilluse da tutti i rappresentanti delle classi dominanti.
Ancora più importante è che c’è un innegabile rinascita di attività
e lotta politica negli strati più poveri delle masse, che nell’ultimo
decennio erano state tenute sotto un tallone di ferro. In questa
situazione, il governo e i suoi padroni imperialisti hanno molto
da perdere e la rivoluzione molto da guadagnare.
La crisi politica
culminata nella caduta di Fujimori è lungi dall’essere sotto controllo.
Non è affatto facile risolvere le contraddizioni interne alle classi
dominanti, che obbligano il governo a tagliare i fili ai propri
burattini e lasciarli al loro destino, perché lacerate da altre
contraddizioni, come hanno dimostrato le manifestazioni di protesta
di massa, spesso violente, che fecero annullare la rielezione di
Fujimori approvata dal governo yankee l’anno prima la sua cacciata,
e la stessa guerra popolare.
Ancora non
è chiaro se il governo yankee trarrà beneficio dalla caduta di Fujimori
o se invece corre un rischio politico maggiore, una volta “scoperchiata”
la pentola politica. Un articolo del Washington Post (11 maggio
2001) descrive il cortile di una prigione fatiscente di Lima, affollato
da decine di ufficiali dell’esercito e del servizio segreto fujimorista,
tra essi 18 generali, incarcerati con l’accusa di narcotraffico
e altri delitti. Come questi lacchè hanno segnalato amaramente,
erano in contatto quotidiano con i loro colleghi ufficiali yankee.
L’ex capo di stato maggiore delle forze armate, Nicolás Hermoza
Ríos, si diplomò con onore alla tristemente celebre Scuola delle
Americhe dell’esercito yankee, l’accademia di torture di forte Benning,
Georgia. Vladimiro Montesinos, il secondo personaggio principale
nello scenario politico dopo Fujimori (o pari livello), è stato
agente della CIA per decenni e si è riunito spesso alla Casa Bianca
con lo zar della droga di Clinton, il generale Brian McCaffrey,
il generale Wilhelm del Comando Sud yankee, l’ambasciatore yankee
in Perù e molti altri pesci grossi. Naturalmente tutti, sulla stampa,
hanno difeso Montesinos. Adesso alla CIA e ad altri funzionari del
governo yankee del passato e del presente piacerebbe sembrare ignari
del fatto che il loro governo latinoamericano preferito era il cartello
della droga più grande del mondo. Questo è il colmo, e non solo
perché molti dei fatti sono stati pubblicati dalla stampa di tutto
il mondo, compreso la nostra rivista. Montesinos è stato il loro
uomo per decenni, tra i nomi della CIA per lo meno dagli anni ’70,
fino a quando l’esercito peruviano lo espulse per aver venduto segreti
agli yankee, ciò che lo spinse a cambiare mestiere divenendo noto
avvocato dei narcotrafficanti e confidente del crimine organizzato.
Per 20 anni
ambasciatori e “zar della droga” yankee non hanno perso occasione
per esprimere pubblicamente la loro fiducia in Fujimori e Montesinos.
Non tutte le ragioni della loro improvvisa caduta in disgrazia presso
il governo yankee sono ancora chiare, ma è probabile che, con i
loro metodi, Fujimori e Montesinos abbiano lasciato l’imperialismo
yankee una base di consenso troppo limitata tra le classi dominanti
peruviane e aggravato il malcontento popolare, non facendo che favorire
la guerra popolare. Insomma, la loro principale e forse unica colpa
agli occhi del governo yankee è stata quella di non essere più utili.
E come l’iniziale elezione di Fujimori, il seguente “autogolpe”,
la dissoluzione del parlamento e della magistratura, ecc., hanno
sempre ricevuto l’avallo del governo yankee, allo stesso modo Fujimori
è stato defenestrato e rimpiazzato dal “Made in USA” Toledo con
la piena approvazione del governo yankee.
La verità è
che sin dal principio gli yankee sapevano esattamente che cosa accadeva
perché sono sempre stati dietro le quinte. Fujimori, Montesinos,
Hermoza Ríos, ecc., sono stati scelti (Fujimori prevelato dalla
una carriera di oscuro accademico, Montesinos dallo sterco) per
fare un lavoro: servire e proteggere il sistema economico e sociale
in Perù e soprattutto il dominio statunitense sul paese, in primo
luogo fermando la guerra popolare. Quando sono stati necessari i
guadagni del narcotraffico per pagare il personale politico che
tenesse insieme la macchina da guerra reazionaria, Washington non
si è certo opposta, nonostante la droga distrugga milioni di vite.
I loro delitti più gravi non sono stati quelli che per cui sono
stati allontanati, ma l’assassinio, le violenze e torture che hanno
pepetrato contro le masse e i maoisti nella loro sporca guerra controrivoluzionaria.
Forse sono
stati gli stessi yankee a permettere e addirittura organizzare la
fuga di Montesinos, ma quando è stato chiaro che per il nuovo governo
l’impossibilità di metterlo sotto accusa era causa di grande instabilità
politica, lo hanno rispedito di forza in Perù . È politicamente
impossibile per il nuovo governo coprire tutti i crimini del vecchio
regime senza indebolirsi ulteriormente. Moltissimi crimini contro
il popolo sono venuti alla luce e l’indignazione popolare ha costretto
il governo ad accusare personaggi di alto livello. I due dei casi
più conosciuti riguardano due vili massacri perpetrati dagli squadroni
della morte nei primi anni del regime di Fujimori: il massacro del
1991 nel quartiere Barrio Alto di Lima, durante una festa all’aperto
di raccolta di fondi per il giornale proscritto El Diario
e il sequestro e l’assassinio di dodici studenti e di un docente
sospettati di essrere gli autori di murales a favore della guerra
popolare e di altre attività nell’università La Cantuta. La memoria
di questi due crimini sono profondamente impressi nella coscienza
di milioni di peruviani. Anche nei giorni più duri della repressione
fujimorista i parenti e amici delle vittime hanno rischiato la vita
(a volte anche manifestando per strada) per chiedere giustizia.
Qualsiasi cosa accadrà nei tribunali, non è una vicenda che le classi
dominanti e gli imperialisti possono risolvere facilmente a proprio
favore.
Una volta di
più, tra gli avanzamenti e arretramenti della guerra popolare, la
sua continuità e sviluppo, rappresentano ancora la chiave per il
futuro del Perù e sono fonte di speranza e ispirazione per gli oppressi
di tutto il mondo.
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