UN MONDO DA CONQUISTARE
 


Settima delegazione internazionale in Perù

 Il Comitato Internazionale di Emergenza (IEC) per difendere la vita di Abimael Guzman (il presidente Gonzalo del Partito Comunista del Perù) ha inviato a Lima, nella settimana a cavallo tra marzo e aprile la sua settima delegazione internazionale. La delegazione aveva di fronte una situazione e problemi diversi da quelli incontrati dalle precedenti delegazioni. Questa volta, nella turbolenta situazione politica seguente il collasso del regime di Fujimori, la delegazione è riuscita ad andare molto più avanti nello sforzo di creare le condizioni che costringano il governo peruviano a permettere la presentazione pubblica del presidente Gonzalo, perché possa esprimere liberamente la sua posizione, e a consentire che abbia contatti con i suoi legali, familiari, amici, ecc. I membri della settima delegazione (quattro avvocati e altri tre attivisti) sono riusciti ad agitare energicamente questa richiesta mediante una conferenza stampa, una serie di efficaci presenze sui media, colloqui privati con alti funzionari governativi e altre personalità e alcuni contatti con le masse per le strade e in altri luoghi.

Per diversi giorni la delegazione ha avuto motivo di credere di essere sul punto di riuscire realmente a incontrare il presidente. Ma queste speranze sono purtroppo state disattese. I delegati hanno avuto diversi incontri con rappresentanti del Ministero della Giustizia, col generale responsabile del consiglio Supremo della Giustizia Militare che, nonostante i recenti cambiamenti politici, ha ancora la competenza del caso e nello stesso ufficio di Ombudsman. In tutti questi incontri, che da soli rappresentano l’apertura di una breccia rispetto al muro granitico che si era opposto alle precedenti delegazioni, questi funzionari hanno dovuto riconoscere che non ci sono basi legali per negare al presidente Gonzalo la comunicazione con i suoi legali (uno dei delegati fa parte del collegio internazionale di difesa del presidente Gonzalo). Comunque, se questa volta i delegati sono stati ricevuti cordialmente, e non semplicemente arrestati ed espulsi come accadeva sotto il regime di Fujimori, e se il governo provvisorio si è preoccupato di mostrarsi fondamentalmente diverso dal regime dittatoriale di Fujimori, questo non ha ancora concretamente attuato quegli standard di legalità che dice di rispettare.

I sette delegati hanno combattuto la loro battaglia sia sul fronte legale che su quello dell’opinione pubblica, in una conferenza stampa tenuta il 29 marzo a Lima, alla presenza delle troupe di nove emittenti televisive che raggiungono gli angoli più sperduti del paese e di una ressa di giornalisti della stampa nazionale ed estera, hanno lanciato un “appello al popolo peruviano”, in cui si diceva:

“siamo andati da autorità civili e militari a chiedere di incontrare Abimael Guzman e di verificarne lo stato di salute e le condizioni e abbiamo la speranza di riuscire ad ottenerlo. Le preoccupazioni circa la salute del dr. Guzman, provenienti da ogni parte del mondo, sono tanto più importanti in quanto la dittatura Fujimori-Montesinos ha approfittato del suo isolamento per pretendere di parlare a suo nome. Non è ammissibile che al dr. Guzman vengano attribuite dichiarazioni sino a quando non sarà lui a farle direttamente, alla presenza dei media e senza alcun tipo di pressione. Nessuno stato ha l’autorità di parlare a nome dei suoi prigionieri politici. E, ovviamente il solo modo per verificare i cambiamenti che il governo dice di aver realizzato nel trattamento del dr. Guzman che egli stesso possa confermarlo di persona”.

Il presidente Gonzalo è stato visto l’ultima volta in pubblico il 24 settembre 1992, quando il governo volle esibirlo al branco di sciacalli di poliziotti e giornalisti reazionari, ma lui sorprese il regime e impressionò il mondo, lanciando o suo appello a continuare la guerra popolare fino alla vittoria. Dopo un processo sommario e segreto davanti ad un tribunale militare composto da giudici incappucciati, il presidente Gonzalo è stato portato in una cella sotterranea appositamente costruita, dove, così fu annunciato, sarebbe rimasto rinchiuso in isolamento sino alla morte. Successivamente, anche il suo avvocato è stato condannato all’ergastolo. Il governo di Fujimori aveva dichiarato che il presidente Gonzalo in primo luogo, e tutti gli imputati per aver sosteneuto o anche solo simpatizzato con la guerra popolare da lui diretta, sono “terroristi”, che non godono di nessun diritto e sono, pertanto, passibili del trattamento più inumano, barbaro e arbitrario. La sola presenza di una delegazione mai così largamente rappresentativa, con delegati provenienti da cinque paesi, tra cui, per la prima volta, un delegato dal Nepal (il primo che sia riuscito ad ottenere il visto dalle autorità peruviane), ha avuto un pesante impatto sui tentativi del governo provvisorio di tenere la stessa condotta, operando solo dei cambiamenti apparenti.

Tutti i sette delegati hanno parlato alla stampa e risposto alle domande dei giornalisti che li pressavano. Haluk Gerger, giornalista turco impegnato nella solidarietà con la lotta dei prigionieri politici in corso in quel paese contro le celle di isolamento di tipo F, ha efficacemente risposto alla domanda ostile su chi gli avesse dato il denaro per il viaggio, trasformandola in un’occasione per parlare del forte sostegno materiale che la missione delegazione ha ricevuto in Turchia e ovunque. Padma Ratna Tuladhar, ex ministro della sanità nepalese, ha preso una chiara posizione: “Certo, vengo dal Nepal, paese molto lontano dal Perù. Il nostro è il paese dell’Himalaya, delle montagne più alte del mondo e nella nostra regione, l’Asia Meridionale, e specialmente in India e Nepal, Sri Lanka e Bangladesh, il presidente Gonzalo gode di un alto prestigio, quale uno dei più grandi dirigenti rivoluzionari del mondo. Perciò quando è stato arrestato e si è saputo del trattamento da lui subito in carcere, specie che era detenuto un una cella-bara, tutti si sono preoccupati per la sua vita”.

Peter Erlinder, uno dei due legali che rappresentano il presidente Gonzalo davanti al Tribunale Internazionale per i Diritti Umani di San Josè, in Costarica ha risposto direttamente ai tentativi della stampa di definire il suo cliente come un “terrorista”: “quale che sia la vostra definizione, o la mia, di chi sia o non sia un terrorista, questa non è riconosciuta rilevante dalla legge internazionale e dalle norme sul trattamento degli individui accusati di un reato, e ogni tentativo di caratterizzare un prigioniero con un’etichetta politica è assolutamente contraria al diritto internazionale”. Heriberto Ocasio, medico e attivista del Comitato di Sostegno alla Rivoluzione Peruviana USA, ha aggiunto sull’argomento: “rispetto a quanto dite in proposito della guerra diretta dal dr. Guzman, vorrei dire che tra noi della delegazione ci sono punti di vista, ideologie e metodi di lotta differenti, ma che su una cosa siamo tutti d’accordo: non accettiamo il modo in cui governi come quello di Fujimori e Montesinos o degli stessi USA, attraverso la CIA o altre agenzie, cercano di etichettare i movimenti come terroristi o simili, perché è un modo per negare al popolo i suoi diritti fondamentali”. Il giorno dopo, l’avvocato Enrique Gonzalez, delegato dell’IEC messicano, ha discusso in televisione con un generale ex alto dirigente della DINCOTE, la famigerata polizia antiterrorista peruviana.

Quando la delegazione ha avuto occasione di camminare per le strade di Lima, dopo la conferenza, persone sconosciute li hanno fermati per esprimere il loro sostegno e molti sono i messaggi pervenuti al loro albergo. Molti dei delegati avevano già partecipato a una più delegazioni precedenti, e hanno trovato questa volta che il clima politico era molto teso e volatile. Hanno visto nella principale piazza centrale di Lima piccole folle che si riunivano in comizi improvvisati in cui sono anche ascoltate voci che sostenevano anche apertamente (con la dovuta cautela) la guerra popolare. Un netto contrasto con l’atmosfera molto più repressa e il pesante controllo poliziesco che i delegati avevano incontrato nei viaggi precedenti. Ma questo era solo un aspetto della situazione, e i delegati hanno notato come loro stessi hanno dovuto fare attenzione a non lasciarsi ingannare dall’equivoco cambio di atteggiamento del governo.

Nella sorda lotta in seno alle classi dominanti in Perù, con Fujimori defenestrato e il suo braccio destro Montesinos estradato, che mette in piazza sempre più marciume, ci sono ora nuove possibilità per sviluppare in diverse forme la lotta del popolo. Sia il governo provvisorio che la delegazione ha avuto di fronte, sia il neo-eletto governo Toledo, insediatosi il 28 luglio, sono spalleggiati e controllati al 100% dall’imperialismo USA- non c’è alcun dubbio.

Dopo che per giorni alti funzionari dei tre principali ministeri, specie di quello della giustizia, avevano dato l’impressione che una visita al presidente Gonzalo fosse non solo un diritto legale, ma anche una concreta possibilità immediata, il 2 aprile la delegazione è stata informata dallo stesso ministero che questa non avrebbe avuto luogo. I delegati hanno risposto con una dichiarazione in cui mettevano in evidenza la contraddizione tra, da una parte, l’ammissione di Obdusman, del Consiglio Supremo per la Giustizia Militare e del Ministero della Giustizia che l’isolamento del presidente Gonzalo era illegale, e il tentativo di prendere le distanze dalla scandalosa brutalità e l’aperto terrorismo del regime di Fujimori e, dall’altra, i rifiuto di agire di conseguenza.

Alla conferenza stampa, il dr. Juan José Landínez, delegato dalla Colombia, ha sottolineato con forza il fatto che la delegazione è stata costretta a ripetere la stessa richiesta fatta a Fujimori dalle precedenti delegazioni negli passati e che il rifiuto dell’attuale governo di porre fine all’isolamento del dr. Guzman era una “chiara violazione degli standard peruviani e internazionali dei diritti umani.”

Il caso di Lori Berenson la dice lunga sulle differenze superficiali e le somiglianze fondamentali tra vecchio e nuovo regime. Lori Berenson, cittadina americana è stata detenuta per cinque anni anche lei in condizioni inumane perché condannata dal tribunale dei giudici incappucciati di Fujimori per aver partecipato alla pianificazione di un’azione con il gruppo MRTA (azione mai realizzata, e nella quale non è mai stata direttamente coinvolta). Quel processo fu largamente criticato e stigmatizzato a livello internazionale come un travestimento della giustizia, tanto che alla fine Fujimori fu costretto a permettere un nuovo processo. Ma il processo davanti a una corte civile si è rivelato assai simile al primo e, il 20 giugno, ancora una volta Lori Berenson è stata condannata a 20 anni di carcere per “terrorismo”. Il ministro della giustizia del governo provvisorio, Diego Garcia Sayan, noto per il suo passato “radicale” negli anni 70, e sul quale molti riponevano le loro speranze di giustizia sotto il nuovo governo Toledo, ha espressamente dichiarato alla stampa la sua soddisfazione per questo risultato.

In questo contesto politico, sarebbe una follia aspettarsi che la macina della giustizia imperialista si fermi e smetta di stritolare le masse e soprattutto i suoi dirigenti rivoluzionari. Come diceva Mao, qualche volta il nemico spara semplici proiettili, e qualche volta spara proiettili ricoperti di zucchero, che in questo caso sono le vaghe promesse, assicurazioni e cambiamento di stile, ma non di sostanza. Sia il governo provvisorio che il suo successore rappresentano chiaramente le classi dominanti peruviane (forse ancor più di Fujimori) e non sono secondi a nessuno nella loro determinazione entrambi i tipi di proiettili per annientare la guerra popolare (come già dimostrato dalle loro azioni militari, dalla caccia ai sospetti dirigenti del PCP, dagli arresti, ecc.). La guerra popolare è la sola speranza per il popolo. Denunciando senza fallo l’ipocrisia del governo, la delegazione dell’IEC e la campagna internazionale di cui è parte, denunciano bugie e contraddizioni del governo per strappargli la loro rivendicazione centrale: la presentazione pubblica del presidente Gonzalo. Questo è anche un sostegno e un aiuto concreto alle lotte popolari in tutte le loro forme.

Ci sono state notizie non confermate di diversi brevi scioperi della fame da parte del presidente Gonzalo per protestare contro le sue condizioni di detenzione. Tali informazioni, provenienti dal governo peruviano e dalla stampa reazionaria non possono essere prese per oro colato, ma comunque alimentano le preoccupazioni circa la vita e la salute del presidente Gonzalo.

Infine, le prigioni peruviane traboccano ancora di migliaia di prigionieri politici e di guerra sottoposti ad atroci condizioni di vita quotidiana e anche assassinati. Il più importante tra questi è il compagno Feliciano, Oscar Ramirez Durand, che ha assunto responsabilità di direzione dopo l’arresto del presidente Gonzalo e che è stato a sua volta catturato e rinchiuso nello stesso carcere sotterraneo. Anche lui va difeso e il suo isolamento interrotto.